Soles

Entre uno ojos

que se hablan

y unos labios

que se miran,

hay un sol que nace

de un lado de mundo,

y otro sol que muere

sobre el mar

del olvido.

 

Bésame, y sigue guardando

el secreto de la vida.

Il girasole verde

C’era una volta un girasole. Sembrava un girasole come gli altri, ma era verde. Sì, avete capito bene, una vera rarità, e non sapeva nemmeno se essere così diverso fosse un bene o un male per lui. Per fortuna, la maggior parte del tempo i suoi compagni girasoli erano troppo occupati per notare la sua verdità e nonostante il suo colore diverso passava per lo più inosservato.

In ogni caso, lui ce la metteva tutta. Ci provava a fingersi come i suoi compagni girasoli, così gialli e solari e belli e dediti al loro compito di inseguire imperterriti il sole, che con i suoi alti e bassi poi non li lasciava fermi un attimo, e a dirla tutta non li guardava nemmeno.

Così trascorrevano le giornate, inseguendo il sole, inseguendo gli altri che inseguivano il sole, e quando cadeva la notte cadeva anche lui con lei, sfinito di fingersi così giallo. A volte persino piangeva, grossi lacrimoni perdeva, fin quasi a perdere con essi tutti i suoi petali verde notte.

Ma un bel giorno conobbe un sole. Beh, non era un vero sole, era più luna, come del resto lui non era un vero girasole ma un girasole più verde. Il sole-luna lo guardò, lo riconobbe così verde e proprio per questo da quel momento in poi non poté più fare a meno di brillare per lui.

Vissero stagioni felici, alimentandosi l’un l’altro e illuminandosi la vita a vicenda. Trascorsero la primavera, la bionda estate, poi l’autunno tenue ed il triste inverno, che quell’anno non sembrò nemmeno tanto triste.

Però finì il bel tempo e le cose cominciarono a peggiorare. Il girasole aveva bisogno di più luce di quella che poteva dargli un sole-luna, e il sole-luna da parte sua soffriva della distanza dal girasole… aveva bisogno di un sole che solcasse il cielo insieme a lui.

Così abbandonò il povero girasole, che a lungo non riuscì più a girare, né giallamente né verdamente. Andava perdendo i suoi bei petali di giorno in giorno, e il suo verde, ed era sicuro che avrebbe finito per sfiorire fino a ingiallire fuori e a seccare dentro.

Ma si sbagliava. Crebbero invece nuovi petali, altri tornarono verdi come prima o più sani e belli, con sfumature di giallo fino all’arancio che mai aveva visto e che nascevano dalle lacrime versate sul verde. Ricominciò anche a girare e più veloce di un tempo, tornando al passo dei suoi compagni girasoli.

Così il girasole verde capì di non aver bisogno di un sole da inseguire, né tantomeno della sua luce per sentirsi fiorire; il suo colore sfumato e le lacrime versate lo rendevano già splendido da solo.

E da quel giorno in poi, brillò di luce propria.

Poesia

Anche tu

che non sai cosa sia

sei poesia.

Rime riaffiorano

nelle tue parole antiche,

assonanze riempiono

i tuoi nuovi occhi bui.

Sei il fonema

che rimbomba

nel dettaglio d’un sorriso,

l’oscena sillaba

che l’epidermide

sussurra.

Ma sai di buono, tu.

Sai di fragole sotto un cielo di notte,

del gelato che si scioglie

tra le dita di un bambino,

del calore mai versato

del vino.

Hai il sapore

non acerbo dei brividi,

dei sussulti del silenzio.

Poi odori di bello.

Hai l’odore pregiato

di pellicole bruciate,

cinema di paese,

pagine impolverate,

la viscosità violenta

di baci familiari

che eppur scuotono terre

sconosciute.

Ti guardo, e sei culla.

Valle, prateria

campo di grano,

dove volano e

si spengono

sotto il fiato del vento

d’amori pretesi e respiri donati

malinconie

dell’alba più nere.

Sei luce del risveglio,

stagione che rivive,

nel tuo viso è scolpita

la ragione d’un ritorno.

Perché è vero, sei diverso.

Però sei

anche tu

poesia.

Figli del giorno saremo

Siamo figli della notte

di zoppe verità

che l’orgoglio ha storpiato

discorsi appesi

a mezz’aria

che sprofondano

in un mare di visi senza volto

bui

come ovuli ciechi.

Ma se perdi la vista

è perché hai guardato il sole.

Figli del giorno saremo,

di parole distese al sole

pugni verso le nuvole

e cuori come cieli aperti

di versi che risplendono

senza temere di bruciare

la carne, mostrarsi nudi

alla luce

e preferir tuttavia riuscire

ad amare

che vincere la guerra.

 

 

L’eco dei silenzi

I giorni passavano, così i mesi. Scivolavano uno dopo l’altro, delle volte svelti e impertinenti sfuggendole quasi di mano, delle altre insicuri e tremolanti come gocce da un rubinetto chiuso male.

Alcuni passavano senza che un solo pensiero di lui la sfiorasse. Era la vita che andava avanti, e ricopriva ogni azione con la sua polvere di quotidianità. Gente che le parlava e con cui rideva nella sua stessa lingua, ma che le dava già così tanto da riempire il vuoto scavato dai suoi antichi dolori. Qualcosa era tornato a luccicare nel suo sguardo, e le farfalle a svolazzare nel suo stomaco e sostituire i cadaveri degli amori falliti.

Poi c’erano quegli altri giorni, quelli in cui non sapeva cosa avrebbe dato per poterla risentire. La sua voce, che sembrava assumere un tono diverso quando stava per dire qualcosa di dolce. Lo sentiva dal modo in cui iniziava la frase chiamandola per nome, pronunciandolo col suo accento un po’ strano, con quel diminutivo con cui è stato sempre l’unico a chiamarla. Sussurrava il suo nome, poi faceva una pausa come se stesse cercando faticosamente le parole in un bosco o qualcosa del genere e, alla fine, quasi esausto, quasi in uno sospiro, lo diceva. Ti voglio bene.

E in quella pausa, in quel silenzio, in quell’attimo in cui cercava il coraggio di tirar fuori tutta la tenerezza, di scovare la vita in quel suo abisso di cuore, lei lo sentiva, prima ancora che lo dicesse; qualsiasi cosa stesse per dire, lei la sentiva già, e sorrideva.

Per questo, ancor più delle parole, delle primavere rubate, dei versi sputati e dei sorrisi nel cuore, quello che le mancava adesso erano i silenzi. Quando era lei a dirgli qualcosa di dolce, o quando semplicemente faceva la Già, e basta, lui si fermava. La guardava per un istante, la fissava dritto negli occhi e vi inchiodava dentro i suoi, e poi magari le parlava o la baciava come nulla fosse. Ma quel silenzio che traballava tra lo sguardo e il bacio diceva più di qualsiasi parola al mondo.

Ne aveva di cose da dirgli, eccome. Macerie di una vita, e evidenze di come costruirci su. Eppure, sapeva già che se mai fosse successo, se mai avesse avuto la remota possibilità di parlargli o addirittura di vederlo, probabilmente non avrebbe aperto bocca. Solo, gli sarebbe corsa incontro senza bisogno di fare un solo passo. L’avrebbe guardato e lì, nel peso di quel silenzio, avrebbe capito se davvero non era rimasto più nulla o se invece erano ancora quella primavera in mezzo a un dicembre.

Il mio cuore è la mia terra

Il mio cuore è come la mia terra. Non è porto in movimento, non è fervore di un istante. Non è facile approdare, è il più difficile in cui restare.

Il mio cuore è terra che rimane, che accoglie da lontano, che culla da vicino. E’ lavorato con fatica, nato dal sudore di operai e da mani di madri inaridite, nutrito e coltivato da lacrime che lo imperlano come viole tra i sassi. Nel mio cuore scorre il sangue di estati defunte e cieli di novembre; ha il fiato della primavera ed i respiri che una volta aveva l’alba. E’ terra levigata dal pianto, forgiata dal distacco, temprata dall’esilio. E’ zolla di verde che seppur riarso non smette di luccicare.

Il mio cuore è terra che aspetta, un campo incolto al di là della siepe che marca il confine tra ciò che è bello e ciò che fa male. Il mio cuore è un’isola, e come la mia terra è circondato da mari e vegliato dal sole, eppure non riesce a verdeggiare, ad uccidere la fame, a dar pane a chi sempre pane gli dà.

Il mio cuore è la mia terra. Ma così come amore è detestare una mancanza più che amare una presenza, anche un cuore di terra impara a fiorire dall’assenza più che dall’abbondanza.

Ballata dei bimbi poetanti (felicidades)

Fu di notte

e fu un caso

come le cose più belle.

Fu il freddo

e la poesia,

come le cose più rare.

Spensierati ed incoscienti

come due bimbi

che inseguono il vento

avevan la gioia fra i denti

e giocavano ad amarsi

contro i muri a nascondino

sorridendo come i grandi,

quel riso nero di chi sa

che le cose più importanti

vivono il giorno in un istante

e si rapprendono in pochi sguardi.

Ma nei vent’anni e qualcosa

scoprirono che erano uguali:

non stavano in piedi

senza le loro mani,

non stavano stesi

senza i loro brani.

Tra nanne macchiate di vino

e baci sporchi di vita

giocavano ai partigiani,

giocavano ai siciliani.

La poesia dopo millenni

divenne tale,

ed il verde mai era stato

così invernale.

E non c’è stupore più infantile

di una storia che non vuol finire.

Correvano i mesi,

cambiavano i paesi

ma restavan lì la fame,

i versi,

resta l’amore

picciriddi che rinascono

non in pancia ma in cuore.

E spesso altri ancora

volevano aggiungersi alla danza,

ma non c’eran poesia,

e della rivoluzione l’ansia,

e sempre di più sentivano

di non potere starne senza.

Bambini iniziarono

e bambini finirono,

piangendo un vuoto

che nemmeno ha colore.

Erano le parole a mancare soprattutto,

ed il fiato

ed il sonno,

e la certezza del senso del mondo.

Chi erano in fondo quei due

per dirsi addio,

e perché poi, per scivolare

nel solletico molesto

di un abbraccio altro,

di voci che non dicon pio,

che non piangono e non ridon come le loro

e ricoprirle tuttavia d’oro.

Ma come lo sciroppo

si inghiotte il dolore,

e la risacca riporta

i detriti al mare,

così la vita ritorna

a scorrere tutta uguale.

Niente fu più lo stesso però,

la guerra era persa

ed il ricordo faceva male

ma questo è il prezzo per chi vuole

viver facile e con rancore.

Fu di mattina

e fu voluto,

come le cose più amare.

Mi dissanguo in arcobaleni

Tutti sanno il colore della primavera;

ma pochi sanno di che tonalità sia

il suo sangue.

Sono sangue di primavera.

Sono nero, di pianto soffocato

di piombo che assassina

di terra mitragliata

da una pioggia innamorata

che viola di corvi, poi abbandona.

Coagulo in rosso, di lampo

che non cessa, di dolore che trapassa,

di vino su due labbra

che poesia scrivono addosso.

Mi spoglio nel bianco, di nuvole

negli occhi, di fame nella bocca,

di fiori di panna, di neve che riscalda.

Sfumo nel verde, verde rubato al verde,

agli zingari felici,

agli occhi che si amano,

alle pietre ferite,

alle speranze di rivoluzione

nel pugno di una mano.

Sbiadisco in giallo autunno,

in città dai vicoli dorati,

in pulcini spiumati,

in girasoli che vivono

per un sole che non li guarda più.

Mi spaventa il grigio.

Lo sguardo avvolto in quel manto,

la cenere, i pianti,

il vento che tormenta,

una carcere nell’ombra.

Sono sangue di primavera, e posso

morire senza morire

annegare nel tuo abisso

e nel buio scolorire.

Tu non lo senti quante volte ti penso e parlo con te vero?

  • Tu non lo senti quante volte ti penso e parlo con te vero?

  • No…

  • Ti aspetto a Dijon a settembre.

  • Allora non ti devo…dimenticare?

  • No, non potrei continuare a convivere con la tua mancanza.

Non riusciva a crederci. Non trovando nessuno con cui parlare iniziò a piangere, ma di felicità. Si chiese: e adesso come facciamo? Posso tornare da lui ancora una volta?

E nel soffermarsi a rifletterci diventò lucida e si svegliò. Era nella sua stanza, non in quella grande aula da cui aveva potuto parlargli di nuovo. Ma il cuscino era bagnato, qualcosa di vero perlomeno c’era stato.

Erano trascorsi mesi dall’ultima volta che lo aveva visto. Allora era in un paese diverso dal suo, ed era tutta un’altra persona, che non sapeva ancora cosa volesse dire soffrire fino a volerselo strappare a forza dal petto, il cuore, così da prenderlo e sputarglielo in faccia. Tieni, puoi tenerlo. Tanto è maciullato, non posso farci più niente.

E poi resta tuo comunque.

Erano trascorsi mesi anche dall’ultima volta che lo aveva sognato. Nel sogno sembrava fosse trascorso ancora di più, tale era il cambiamento in lui e il senso di estraneità di lei.

Chiaro, era tutta una proiezione del suo cervello, questo non lo metteva in dubbio. Proprio dopo aver passato una bella serata con quell’altro ragazzo, a lui così simile e così diverso, il suo inconscio le aveva giocato un brutto tiro e aveva deciso di far tornare a galla il suo desiderio più profondo.

Era una cosa a cui aveva pensato spesso da quando lo conosceva: se davvero succede tutto per una ragione, se davvero due persone possono essere così, destinate l’una all’altra, chi ci dice che se una di loro pensa all’altro, ma molto intensamente, l’altro non ne abbia almeno un sentore? Come un fischio in un orecchio, un brivido sulla pelle, o persino un leggero capogiro. Lei ci credeva. Lei vedeva il mondo come un reticolato di piccoli segni, tracce poco visibili di una forza superiore, identificabile tutt’al più con quello che le persone chiamano banalmente “destino”.

E quella mattina sperò che in fondo fosse ancora il destino ad averle parlato attraverso le sue vie imperscrutabili. Sperava che l’equilibrio spazio-temporale si fosse distorto per un attimo, e che fosse stato concesso a loro due di mettersi in comunicazione, adesso che comunicazione non ne avevano più. In fondo comunicare era ciò che da sempre avevano più amato fare, e in cui erano riusciti meno.

Per qualche frangente sperò che davvero lui la pensasse ancora, e che a stento riuscisse ad andare avanti con la consapevolezza di tutto il dolore provocato, e dell’assenza di lei. Sperò che fosse l’ennesimo ripensamento, l’ennesimo tentennare, quel voler tentare il tutto per tutto e rimboccarsi le maniche per salvarlo, questo amore tra i più assurdi.

Poi come ogni mattina si alzò, andò in bagno, si lavò la faccia e ogni residuo di speranza di dosso. Non sapeva che a tre anni di distanza avrebbe ripensato a quel ricongiungimento fatale, e tra le labbra sarebbe riafforato un sorriso.