L’eco dei silenzi

I giorni passavano, così i mesi. Scivolavano uno dopo l’altro, delle volte svelti e impertinenti sfuggendole quasi di mano, delle altre insicuri e tremolanti come gocce da un rubinetto chiuso male.

Alcuni passavano senza che un solo pensiero di lui la sfiorasse. Era la vita che andava avanti, e ricopriva ogni azione con la sua polvere di quotidianità. Gente che le parlava e con cui rideva nella sua stessa lingua, ma che le dava già così tanto da riempire il vuoto scavato dai suoi antichi dolori. Qualcosa era tornato a luccicare nel suo sguardo, e le farfalle a svolazzare nel suo stomaco e sostituire i cadaveri degli amori falliti.

Poi c’erano quegli altri giorni, quelli in cui non sapeva cosa avrebbe dato per poterla risentire. La sua voce, che sembrava assumere un tono diverso quando stava per dire qualcosa di dolce. Lo sentiva dal modo in cui iniziava la frase chiamandola per nome, pronunciandolo col suo accento un po’ strano, con quel diminutivo con cui è stato sempre l’unico a chiamarla. Sussurrava il suo nome, poi faceva una pausa come se stesse cercando faticosamente le parole in un bosco o qualcosa del genere e, alla fine, quasi esausto, quasi in uno sospiro, lo diceva. Ti voglio bene.

E in quella pausa, in quel silenzio, in quell’attimo in cui cercava il coraggio di tirar fuori tutta la tenerezza, di scovare la vita in quel suo abisso di cuore, lei lo sentiva, prima ancora che lo dicesse; qualsiasi cosa stesse per dire, lei la sentiva già, e sorrideva.

Per questo, ancor più delle parole, delle primavere rubate, dei versi sputati e dei sorrisi nel cuore, quello che le mancava adesso erano i silenzi. Quando era lei a dirgli qualcosa di dolce, o quando semplicemente faceva la Già, e basta, lui si fermava. La guardava per un istante, la fissava dritto negli occhi e vi inchiodava dentro i suoi, e poi magari le parlava o la baciava come nulla fosse. Ma quel silenzio che traballava tra lo sguardo e il bacio diceva più di qualsiasi parola al mondo.

Ne aveva di cose da dirgli, eccome. Macerie di una vita, e evidenze di come costruirci su. Eppure, sapeva già che se mai fosse successo, se mai avesse avuto la remota possibilità di parlargli o addirittura di vederlo, probabilmente non avrebbe aperto bocca. Solo, gli sarebbe corsa incontro senza bisogno di fare un solo passo. L’avrebbe guardato e lì, nel peso di quel silenzio, avrebbe capito se davvero non era rimasto più nulla o se invece erano ancora quella primavera in mezzo a un dicembre.