Il mio cuore è la mia terra

Il mio cuore è come la mia terra. Non è porto in movimento, non è fervore di un istante. Non è facile approdare, è il più difficile in cui restare.

Il mio cuore è terra che rimane, che accoglie da lontano, che culla da vicino. E’ lavorato con fatica, nato dal sudore di operai e da mani di madri inaridite, nutrito e coltivato da lacrime che lo imperlano come viole tra i sassi. Nel mio cuore scorre il sangue di estati defunte e cieli di novembre; ha il fiato della primavera ed i respiri che una volta aveva l’alba. E’ terra levigata dal pianto, forgiata dal distacco, temprata dall’esilio. E’ zolla di verde che seppur riarso non smette di luccicare.

Il mio cuore è terra che aspetta, un campo incolto al di là della siepe che marca il confine tra ciò che è bello e ciò che fa male. Il mio cuore è un’isola, e come la mia terra è circondato da mari e vegliato dal sole, eppure non riesce a verdeggiare, ad uccidere la fame, a dar pane a chi sempre pane gli dà.

Il mio cuore è la mia terra. Ma così come amore è detestare una mancanza più che amare una presenza, anche un cuore di terra impara a fiorire dall’assenza più che dall’abbondanza.

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Ballata dei bimbi poetanti (felicidades)

Fu di notte

e fu un caso

come le cose più belle.

Fu il freddo

e la poesia,

come le cose più rare.

Spensierati ed incoscienti

come due bimbi

che inseguono il vento

avevan la gioia fra i denti

e giocavano ad amarsi

contro i muri a nascondino

sorridendo come i grandi,

quel riso nero di chi sa

che le cose più importanti

vivono il giorno in un istante

e si rapprendono in pochi sguardi.

Ma nei vent’anni e qualcosa

scoprirono che erano uguali:

non stavano in piedi

senza le loro mani,

non stavano stesi

senza i loro brani.

Tra nanne macchiate di vino

e baci sporchi di vita

giocavano ai partigiani,

giocavano ai siciliani.

La poesia dopo millenni

divenne tale,

ed il verde mai era stato

così invernale.

E non c’è stupore più infantile

di una storia che non vuol finire.

Correvano i mesi,

cambiavano i paesi

ma restavan lì la fame,

i versi,

resta l’amore

picciriddi che rinascono

non in pancia ma in cuore.

E spesso altri ancora

volevano aggiungersi alla danza,

ma non c’eran poesia,

e della rivoluzione l’ansia,

e sempre di più sentivano

di non potere starne senza.

Bambini iniziarono

e bambini finirono,

piangendo un vuoto

che nemmeno ha colore.

Erano le parole a mancare soprattutto,

ed il fiato

ed il sonno,

e la certezza del senso del mondo.

Chi erano in fondo quei due

per dirsi addio,

e perché poi, per scivolare

nel solletico molesto

di un abbraccio altro,

di voci che non dicon pio,

che non piangono e non ridon come le loro

e ricoprirle tuttavia d’oro.

Ma come lo sciroppo

si inghiotte il dolore,

e la risacca riporta

i detriti al mare,

così la vita ritorna

a scorrere tutta uguale.

Niente fu più lo stesso però,

la guerra era persa

ed il ricordo faceva male

ma questo è il prezzo per chi vuole

viver facile e con rancore.

Fu di mattina

e fu voluto,

come le cose più amare.

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