• Tu non lo senti quante volte ti penso e parlo con te vero?

  • No…

  • Ti aspetto a Dijon a settembre.

  • Allora non ti devo…dimenticare?

  • No, non potrei continuare a convivere con la tua mancanza.

Non riusciva a crederci. Non trovando nessuno con cui parlare iniziò a piangere, ma di felicità. Si chiese: e adesso come facciamo? Posso tornare da lui ancora una volta?

E nel soffermarsi a rifletterci diventò lucida e si svegliò. Era nella sua stanza, non in quella grande aula da cui aveva potuto parlargli di nuovo. Ma il cuscino era bagnato, qualcosa di vero perlomeno c’era stato.

Erano trascorsi mesi dall’ultima volta che lo aveva visto. Allora era in un paese diverso dal suo, ed era tutta un’altra persona, che non sapeva ancora cosa volesse dire soffrire fino a volerselo strappare a forza dal petto, il cuore, così da prenderlo e sputarglielo in faccia. Tieni, puoi tenerlo. Tanto è maciullato, non posso farci più niente.

E poi resta tuo comunque.

Erano trascorsi mesi anche dall’ultima volta che lo aveva sognato. Nel sogno sembrava fosse trascorso ancora di più, tale era il cambiamento in lui e il senso di estraneità di lei.

Chiaro, era tutta una proiezione del suo cervello, questo non lo metteva in dubbio. Proprio dopo aver passato una bella serata con quell’altro ragazzo, a lui così simile e così diverso, il suo inconscio le aveva giocato un brutto tiro e aveva deciso di far tornare a galla il suo desiderio più profondo.

Era una cosa a cui aveva pensato spesso da quando lo conosceva: se davvero succede tutto per una ragione, se davvero due persone possono essere così, destinate l’una all’altra, chi ci dice che se una di loro pensa all’altro, ma molto intensamente, l’altro non ne abbia almeno un sentore? Come un fischio in un orecchio, un brivido sulla pelle, o persino un leggero capogiro. Lei ci credeva. Lei vedeva il mondo come un reticolato di piccoli segni, tracce poco visibili di una forza superiore, identificabile tutt’al più con quello che le persone chiamano banalmente “destino”.

E quella mattina sperò che in fondo fosse ancora il destino ad averle parlato attraverso le sue vie imperscrutabili. Sperava che l’equilibrio spazio-temporale si fosse distorto per un attimo, e che fosse stato concesso a loro due di mettersi in comunicazione, adesso che comunicazione non ne avevano più. In fondo comunicare era ciò che da sempre avevano più amato fare, e in cui erano riusciti meno.

Per qualche frangente sperò che davvero lui la pensasse ancora, e che a stento riuscisse ad andare avanti con la consapevolezza di tutto il dolore provocato, e dell’assenza di lei. Sperò che fosse l’ennesimo ripensamento, l’ennesimo tentennare, quel voler tentare il tutto per tutto e rimboccarsi le maniche per salvarlo, questo amore tra i più assurdi.

Poi come ogni mattina si alzò, andò in bagno, si lavò la faccia e ogni residuo di speranza di dosso. Non sapeva che a tre anni di distanza avrebbe ripensato a quel ricongiungimento fatale, e tra le labbra sarebbe riafforato un sorriso.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...