Mi dissanguo in arcobaleni

Tutti sanno il colore della primavera;

ma pochi sanno di che tonalità sia

il suo sangue.

Sono sangue di primavera.

Sono nero, di pianto soffocato

di piombo che assassina

di terra mitragliata

da una pioggia innamorata

che viola di corvi, poi abbandona.

Coagulo in rosso, di lampo

che non cessa, di dolore che trapassa,

di vino su due labbra

che poesia scrivono addosso.

Mi spoglio nel bianco, di nuvole

negli occhi, di fame nella bocca,

di fiori di panna, di neve che riscalda.

Sfumo nel verde, verde rubato al verde,

agli zingari felici,

agli occhi che si amano,

alle pietre ferite,

alle speranze di rivoluzione

nel pugno di una mano.

Sbiadisco in giallo autunno,

in città dai vicoli dorati,

in pulcini spiumati,

in girasoli che vivono

per un sole che non li guarda più.

Mi spaventa il grigio.

Lo sguardo avvolto in quel manto,

la cenere, i pianti,

il vento che tormenta,

una carcere nell’ombra.

Sono sangue di primavera, e posso

morire senza morire

annegare nel tuo abisso

e nel buio scolorire.

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Tu non lo senti quante volte ti penso e parlo con te vero?

  • Tu non lo senti quante volte ti penso e parlo con te vero?

  • No…

  • Ti aspetto a Dijon a settembre.

  • Allora non ti devo…dimenticare?

  • No, non potrei continuare a convivere con la tua mancanza.

Non riusciva a crederci. Non trovando nessuno con cui parlare iniziò a piangere, ma di felicità. Si chiese: e adesso come facciamo? Posso tornare da lui ancora una volta?

E nel soffermarsi a rifletterci diventò lucida e si svegliò. Era nella sua stanza, non in quella grande aula da cui aveva potuto parlargli di nuovo. Ma il cuscino era bagnato, qualcosa di vero perlomeno c’era stato.

Erano trascorsi mesi dall’ultima volta che lo aveva visto. Allora era in un paese diverso dal suo, ed era tutta un’altra persona, che non sapeva ancora cosa volesse dire soffrire fino a volerselo strappare a forza dal petto, il cuore, così da prenderlo e sputarglielo in faccia. Tieni, puoi tenerlo. Tanto è maciullato, non posso farci più niente.

E poi resta tuo comunque.

Erano trascorsi mesi anche dall’ultima volta che lo aveva sognato. Nel sogno sembrava fosse trascorso ancora di più, tale era il cambiamento in lui e il senso di estraneità di lei.

Chiaro, era tutta una proiezione del suo cervello, questo non lo metteva in dubbio. Proprio dopo aver passato una bella serata con quell’altro ragazzo, a lui così simile e così diverso, il suo inconscio le aveva giocato un brutto tiro e aveva deciso di far tornare a galla il suo desiderio più profondo.

Era una cosa a cui aveva pensato spesso da quando lo conosceva: se davvero succede tutto per una ragione, se davvero due persone possono essere così, destinate l’una all’altra, chi ci dice che se una di loro pensa all’altro, ma molto intensamente, l’altro non ne abbia almeno un sentore? Come un fischio in un orecchio, un brivido sulla pelle, o persino un leggero capogiro. Lei ci credeva. Lei vedeva il mondo come un reticolato di piccoli segni, tracce poco visibili di una forza superiore, identificabile tutt’al più con quello che le persone chiamano banalmente “destino”.

E quella mattina sperò che in fondo fosse ancora il destino ad averle parlato attraverso le sue vie imperscrutabili. Sperava che l’equilibrio spazio-temporale si fosse distorto per un attimo, e che fosse stato concesso a loro due di mettersi in comunicazione, adesso che comunicazione non ne avevano più. In fondo comunicare era ciò che da sempre avevano più amato fare, e in cui erano riusciti meno.

Per qualche frangente sperò che davvero lui la pensasse ancora, e che a stento riuscisse ad andare avanti con la consapevolezza di tutto il dolore provocato, e dell’assenza di lei. Sperò che fosse l’ennesimo ripensamento, l’ennesimo tentennare, quel voler tentare il tutto per tutto e rimboccarsi le maniche per salvarlo, questo amore tra i più assurdi.

Poi come ogni mattina si alzò, andò in bagno, si lavò la faccia e ogni residuo di speranza di dosso. Non sapeva che a tre anni di distanza avrebbe ripensato a quel ricongiungimento fatale, e tra le labbra sarebbe riafforato un sorriso.