C’era una volta un paese che si chiamava Giada.

Così le disse, e così volle credere. C’erano del verde, e un ponte rosso, e poi cos’altro? Questa domanda era rimasta come sospesa tra loro. Aveva galleggiato per qualche istante insicura tra quegli occhi che si guardavano liquidi, faceva capolino tra quelle dita che calcavano il suo profilo come a volerlo imprimere poi a memoria su un foglio. E’ vero che rispose, disse che non lo sapeva. Non sapeva cosa ci fosse ancora, ma sapeva che voleva perdercisi in questo paese…è vero che rispose sì, e adesso che sembra aver trovato la strada di casa ed esser andato via per sempre, quella domanda ritornava in bilico, risaliva a galla insieme ai detriti di una storia che non c’è più.

Cos’altro c’è in questo paese? Cos’è che come in ogni paese che si rispetti valga la pena visitare? Ma soprattutto, cosa c’è per cui valga la pena restare?

Era trascorso un anno e mezzo da quella domanda, da quella notte spesa a sussurrare su un divano non suo, ma tra le sue braccia. Eppure, non passava giorno in cui, nel momento più insospettabile, non le tornasse in mente un suo verso, un suo sguardo, una delle parole che rivolgeva a lei e unicamente a lei.

A volte le sembrava quasi che il proprio cervello o un destino beffardo la punissero. Come a rimproverarla “ti stai allontanando troppo dal pensiero di lui”, come ci si allontana pericolosamente dalla riva quando il mare è mosso, o dalla mamma quando si incespica nei primi passi.

Ad esempio quella sera in ristorante, quando correndo tra la sala e la cucina per prendere da bere a un cliente si ricordò di lui, e si sentì quasi in colpa per essere stata così occupata da non averlo pensato prima. O ad esempio in questo esatto istante, che nel versarsi un bicchiere d’acqua ripensò improvvisamente a quel paese di nome Giada di cui adesso, a ben vedere, non rimanevano che macerie.

E’ il mio cuore il paese più straziato, aveva scritto Ungaretti. Il loro Ungaretti. E ripeteva fra sè che in fondo tutto accade per un motivo. Giada era il paese più straziato, e non riusciva ancora a dire cosa ci fosse in questo paese che non si potesse trovare anche altrove, un qualcosa che andava visto e vissuto a tutti i costi. In compenso, però, sapeva dire cosa non ci fosse: non c’erano più colline di madre, e le vie che conducevano dritte al cuore erano interrotte per lavori a tempo indeterminato. Non c’erano più camere con vista sul futuro, né alberi di verde da rubare alla primavera, non c’erano labirinti di esquinas, né porte della notte e passanti che indicano col dito.

Eh sì, era Giada il paese più straziato. Eppure, forse era proprio questo che lo rendeva così speciale rispetto a tutti gli altri paesi.

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Un pensiero riguardo “Un paese di nome Giada

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